Gli inverni di una volta
Da bambina, insieme ai miei fratelli, costruivamo vere e proprie case di neve. Ne cadeva talmente tanta che potevamo entrarci dentro e giocarci per ore. La neve arrivava già a novembre e spesso rimaneva fino ad aprile.
Ricordo un anno in cui avevamo lasciato le mucche a Valdie e siamo dovuti andare a prenderle e portarle a valle prima che restassero bloccate dalla neve. A quei tempi non esistevano gli spazzaneve e le strade si liberavano a mano, con pale e tanta fatica.
Oggi invece capita che durante l’inverno arrivi soltanto una spolverata.
Quando arrivava l’acqua
Tra gli eventi che ricordo di più c’è l’alluvione del 1966. All’epoca lavoravo come infermiera all’ospedale di Tolmezzo e vidi il torrente But arrivare fino all’ospedale. C’erano sfollati, malati e personale sanitario che cercavano di mettersi in salvo e aiutarsi a vicenda.
Negli anni ho visto aumentare anche le frane nel territorio di Raveo.
Mia madre raccontava che una volta il Chiarsò era arrivato addirittura fino al cimitero di Raveo.
Dopo i forti temporali autunnali, noi bambini venivamo mandati nei boschi a raccogliere le castagne cadute dagli alberi per il vento. Durante l’inverno le cuocevamo sullo spolert e diventavano una risorsa preziosa per tutta la famiglia.
Le estati
Le estati duravano poco. Dopo due mesi di caldo, a settembre si tornava già ad accendere il fuoco in casa.
Non ricordo grandi periodi di siccità. L’acqua si andava a prendere alla grande fontana in piazza e faceva parte della vita quotidiana di tutti.

