La neve e il freddo
Quando frequentavo le scuole superiori a Tolmezzo, ogni giorno andavo a piedi fino a Villa Santina per prendere il treno. Lo facevamo anche quando c’era la neve. Allora non c’erano automobili come oggi e ci si spostava in modo molto diverso.
All’inizio la neve si spalava soltanto a mano. Più tardi arrivò uno “slitton”, uno spazzaneve trainato da cavalli che partiva da Esemon e risaliva verso Raveo.
D’inverno il freddo era intenso. Le finestre ghiacciavano dall’interno e sul vetro si formavano disegni che sembravano tendine ricamate. Per scaldare il letto si metteva un mattone vicino alla stufa e poi lo si infilava sotto le coperte, all’altezza dei piedi.
Vivere con la natura
La natura era parte della nostra vita quotidiana e da essa dipendeva la sopravvivenza delle famiglie.
Ogni casa aveva il proprio maiale e non si buttava via nulla. Anche l’acqua della pasta veniva data agli animali perché conteneva il sale. Persino l’acqua usata per lavare i piatti si riciclava, quando non esistevano i detersivi moderni, dato che era aromatizzata.
Ricordo anche le rogazioni: processioni e preghiere che si facevano per chiedere il sole o la pioggia nei momenti più importanti dell’anno agricolo. Erano il segno di quanto fossimo consapevoli di dipendere dal clima e dalla terra. Cantavamo una filastrocca che diceva: “Mandait un poc di soreli… che ploe en de stade avonde”.
C’erano periodi di siccità anche allora, ma venivano vissuti con uno spirito diverso, sapendo che la natura aveva i propri cicli.
L’alluvione del 1966
Tra i ricordi più forti c’è l’alluvione del 1966.
Il ponte di Caneva vibrava sotto la forza dell’acqua e i soldati controllavano continuamente la situazione. Lungo gli argini erano stati sistemati sacchi di sabbia per cercare di contenere la piena.
Nell’ospedale di Tolmezzo la cantina era completamente allagata. Le piastrelle si erano sollevate e rotte per la pressione dell’acqua. Mancava il riscaldamento e, per scaldare i bambini più piccoli, si bruciava dell’alcol in una bacinella.
Da Invillino verso valle era tutto coperto dall’acqua.
Ma in quei momenti ci si aiutava molto. Quando qualcuno aveva bisogno, si andava “in promut”, cioè a dare una mano. Era normale aiutare il vicino dopo aver terminato il proprio lavoro.
L’acqua e il lavoro
Ogni giorno si andava a prendere l’acqua con il “buinc”. La mattina e la sera era un appuntamento fisso. Non si andava a dormire senza aver riempito le riserve per la casa e per gli animali.
Ci si alzava molto presto, spesso alle quattro del mattino, per andare a sfalciare l’erba. Il fieno veniva poi trasportato con le grandi slitte chiamate “loges”.
Era una vita fatta di lavoro, ma anche di collaborazione e rispetto per ciò che la natura offriva.

